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Carnevale di Acireale 2006
Il più bel Carnevale di Sicilia
11- 28 febbraio 2006

IL CARNEVALE DI ACIREALE
Di anno in anno politici ed organizzatori “fanno tremare” la cittadinanza facendo circolare voci preoccupate sulla possibile defaillance del carnevale; vuoi perché mancano i soldi, oppure perché qualche “buontempone” incendia i capannoni dei carri, o ancora perché si agita lo sciopero degli addetti. Meno male che Di Pietro non è più magistrato, perché, sennò, si farebbe circolare anche la voce dell'arresto di Re Burlone, buttato in gattabuia a torsoli, croste di pane di canigghia e acqua di cisterna con mazzamereddi!
Ma vi immaginate un po' cosa sarebbe Acireale senza il suo carnevale? Peggio di una Santa Barbara annacquata, peggio di una ferrari aggrippata, peggio di un anzianotto in dolce compagnia senza una pasticca di “viagra”.
Dopo tutto gli acitani festeggiano il carnevale da oltre 400 anni, il più antico documento acese che attesta del carnevale risale al 1594 - Mandati di pagamento vol. II (1586-1595) libro 6, foglio 72 v.-, ritenendolo così importante da considerarlo quasi una festa sacra, o la continuazione di quella di S. Sebastiano. Non per niente è famoso il detto: ppi San 'Mmastianu, maschiri 'nchianu. Forse le voci incontrollate che di anno in anno circolano circa la possibile soppressione della manifestazione hanno lo scopo di agitare al punto giusto la cittadinanza, che per lo scampato pericolo e per l'ansia accumulata, possono ritenersi una bottiglia di spumante agitata prima di essere stappata. Ma gli acesi, di anno in anno, ottengono sempre che la loro manifestazione si faccia, anche se a volte in tono minore. Perciò pervicacemente e con soddisfazione possono ben dire: Ti vuleva e t'appi, comu t'appi t'appi, abbasta ca t'appi! Chi la dura la vince, e gli acesi su questo non li batte nessuno. Non per niente Acireale è Aci babbana civitas, terra fecunda est trunzorum cavolorumque”, da qui il detto acitanu testa di trunzu, dall'ortaggio particolarmente duro. E quali follie scatenano quegli istinti barbareschi accumulati in un anno; alla stregua dei lupercali, baccanali e saturnali, il carnevale nostrano si accende, oltre che di luci e colori, anche di scherzi e maschere. La gente, come demone mascherato, va a compiere quelle birbanterie rasenti la civile convivenza. Certo le barbarie di un tempo non avvengono più. L'acese si è evoluto e, al lancio degli agrumi, preferisce quello dei coriandoli, anche perché quel “gioco” nostrano fu vietato per il numero di occhi neri e teste rotte che si contavano dopo ogni “battaglia”, con bando del lontano 3 marzo 1612:
Bando che non si possa giocare ad arangi
Bando et comandamento da parte dello nostro capitano di questa città di Jace et suo territorio che nessuna persona di qualsivoglia stato, grado, et condictione si sia diggià nè presunta di (...) tirare ne gettari arangi et lumij et con quelli giocando comu si dici a carnelivari tanto in questa città item nel territorio di esso et questo socto pena di onze 4 di applicari ad esso nostro capitano et questo per oviare li danni delicti et eccessi per causa di detto gioco darangi et lumij hanno succeduto et solino succedere. (ASCA Corte criminale e del cap. giustiziere, vol. 21, 1606-1684, Reg. 1611-12, carta 89 v.) Questa “barbarie” è ancora in voga nella “civile” Ivrea, ove si svolge “la battaglia delle arance”, declamata come tradizione locale vecchia di appena un paio di secoli e pubblicizzata perfino dalla RAI. Come dire: quando ad Aci tiravano le arance ad Ivrea non conoscevano gli agrumi!
Ma la maschera è un aspetto importante di un carnevale che si rispetti. Se a Venezia sono di moda sontuosi paramenti, da noi, invece, basta una mascherina nera per fare zorro; un lenzuolo vecchio per fare il fantasma o il “Beato Paolo”; un sacco da patate per fare il monaco e, per chi ha più tempo, si può travestire da indiano, infatti basta solo qualche penna di gallina, un arco di minicuccu e qualche freccia di arbanazzu. Insomma pochi mezzi e molta fantasia che non hanno impedito a personaggi come Cola Taddazza e Quadaredda ed in tempi più recenti Ciccitto, con i loro travestimenti, di legare i propri nomi, in modo indelebile, alla manifestazione carnascialesca, diventando loro stessi “maschera”, come lo sono Arlecchino o Pantalone o Peppe Nappa, la maschera siciliana per tradizione.
Di maschere pregevoli un tempo in Sicilia ne giravano parecchie per le strade: vi era l'Abbatazzu e u Baruni, costumi rappresentanti la parodia di ecclesiastici o nobili, o i Manti ed il Domino, che servivano a mantenere l'anonimato. Nell'Ottocento, alle spontanee manifestazioni carnascialesche di piazza, si aggiunse la cassariata. Ovvero, i nobili acesi, addobbate le loro carrozze (landau), si mettevano a girare in corteo facendo i carri di carnevale e lanciando da questi confetti multicolori come gesto di munificenza nei confronti dei bambini poveri, che non esitavano a raccoglierli e mangiarli. Ma non tramonta il secolo che i primi artigiani acesi, stanchi di fare Santi e Madonne (l'arte della cartapesta era applicata, sin dal '600, nella realizzazione di statue ecclesiastiche), intorno al 1880 realizzarono i primi carri allegorici. Questa tradizione, sopravvivendo nel tempo, è giunta fino a noi. I carri allegorici acesi non saranno mastodontici come quelli di Viareggio, ma la loro cura nei particolari e i loro colori non hanno certo paragoni. Questa tradizione, in Sicilia diffusa già dal 1601 a Palermo (dove circolavano carri allegorici detti “castellacci”), viene affiancata dai “carri infiorati”, peculiarità squisitamente acese. Infatti gli artigiani cittadini, nel dopoguerra, incominciarono a costruire dei carri allegorici ricoperti di fiori, dimostrando lungimiranza e fantasia. Per amor del vero, però, come accadde per i carri allegorici, anche quelli infiorati ebbero nei nobili acesi i precursori; infatti furono questi che, tra le due guerre, incominciarono a far circolare per la città le loro macchine addobbate con fiori. Un'altra trovata degli artigiani acesi fu quella di realizzare i “lilliput”, carri allegorici o infiorati in miniatura dove trovava posto un bambino. Intanto nel 1929 ad Acireale veniva istituita l'Azienda Autonoma della Stazione di Cura, la quale fu preposta a pianificare ed organizzare la manifestazione carnascialesca. Ciò a sottolineare come il carnevale acese, ormai rinomato, aveva bisogno di una guida per espandersi sempre più. La buona creanza non fa rima con “panza”, ma per il carnevale creanza non ce n'è, perciò prorompente si fa vedere la “panza”. Cosa sarebbe un carnevale senza le famose “mangiate” di maccherroni e salsiccia? Con voluttà in questi giorni si mangia a quattro palmenti, a tutto spiano, anche se l'imminente quaresima non rappresenta più lo spettro della fame... quelli sono tempi lontani, quando non v'era nemmeno il pane. E ad Acireale (e non solo) nei tempi andati, che era quaresima tutto l'anno, il carnevale rappresentava l'occasione per immagazzinare tante calorie da centellinare poi.
...E per forza che le gare che contavano più partecipanti erano a ntinna e a manciata nda maidda. Alla prima, tradizionale albero della cuccagna alla cui estremità erano posti i più svariati commestibili, non v'era giovane che non vi si cimentasse; ne a mangiata nda maidda, invece, il concorrente doveva essere homo di panza. Ed i concorrenti non mancavano, infatti l'importante non era vincere, ma partecipare, e quando in gioco vi era da mangiare mica si scherzava! Per chi non lo sapesse il gioco consisteva nel mangiare il più possibile dentro una madia piena di maccherroni al sugo, polpette e salsiccia, con le mani legate dietro la schiena. Colui che riuscì a vincere per molti anni fu un certo Bastianu Pastidda, che in fatto di “panza” non aveva rivali. Basti pensare che il suo “mestiere” abituale era di andare nei luoghi ove si consumavano i banchetti dei matrimoni, dove, in cambio di una suonata, chiedeva un'abbondante mangiata! Che dire poi delle miniminagghie acitane e degli scherzi verbali? Non potevano certo mancare, e si doveva stare attenti anche a profferir parola: dici quaranta - quaranta - u culu t'attiranta!
U sai cu ccui si ni iu to soru? - No... cu ccui? - Cu carnalivari... T'affinnisti? Ppi Carnilivari ogni schezzu vali, cu s'affenna è maiali! E se uno scherzo riusciva (particolarmente na peddi) giù con la litania:
T'ha fattu na peddi cu setti ciareddi, i ciareddi fanu 'mbee, carnilivari cu cafè, 'u cafè è amaru, carnilivari cu calamaru, 'u calamaru è chinu di n'chiostru, carnilivari cu pipirigghiostru!
E della gamma di scherzi nostrani: a gnaccata du cappeddu, 'a pampina, u scgricciu cca pompetta, a schiuma, 'a buatta di lanna tirata cu lazzu...
Memore di antichi e nuovi fasti, “Il più bel carnevale di Sicilia”, così come è definito il nostro, non può che rimanere tale per sempre, poiché la spinta che determina, anno dopo anno, la buona riuscita della manifestazione, oltre che nella ricca tradizione, è insita nei cromosomi dell'acese.
Insomma 'u carnilivari gli acitani ce l'hanno 'ndo sangu!

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